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Guerrieri in erba. La scuola fascista in provincia di Ancona.

Mostra didattico-documentaria  e catalogo a cura di C. Marcellini, G.Sonnino, O. Sori.                                                      

La mostra vuol far emergere le strategie e i meccanismi attraverso cui la scuola ha dato forma e sostanza all’ideologia del ventennio, cercando di capire, al di là della retorica trionfante, la quotidianità dell’essere studente, docente, operatore del sistema d’istruzione e cittadino di uno stato totalitario. La mostra è nata dalla raccolta di materiali come libri di scuola, quaderni, pagelle, tessere, diplomi, circolari, programmi didattici, relazioni di insegnanti e presidi, foto, immagini e grafica. Il materiale presentato costituisce una sorta di archivio simulato di documenti, libri e immagini che a partire dalla storia locale, permette di spiegare come il fascismo ha operato per formare attraverso l'istituzione scolastica le menti dei giovani. Utilizzando il materiale presentato in mostra e nel catalogo le scuole possono costruire diversi percorsi didattici o provare a ricostruire la storia delle istituzioni scolastiche locali, attraverso la consultazione dei propri archivi scolastici.  La ricchezza e la varietà del materiale presente possono essere una buona base di ricerca storica su cui ci si può cimentare per far capire come lavora uno storico attraverso la selezione, l’interrogazione e l’interpretazione delle fonti.

Fin dal 1923, e progressivamente negli anni successivi, la scuola italiana subì un processo di vera fascistizzazione, che si esplicò nella massiccia ed esplicita strumentalizzazione dell’istituzione scolastica a fini politici ed ideologici. I modi furono molteplici: dalla trasformazione dell’assetto istituzionale alla creazione delle organizzazioni giovanili, dal disciplinamento degli insegnanti fino a una marcata ideologizzazione delle materie di insegnamento.

Le sezioni della mostra:
1) Inquadramento della gioventù. Dal 1923, anno della riforma Gentile, si susseguirono provvedimenti volti ad inquadrare la gioventù in un sistema educativo di tipo totalitario, in questo senso vanno lette le organizzazioni giovanili fasciste.  Il percorso della scuola italiana sotto il fascismo riflette l’itinerario dello Stato e della società.  Disse il ministro Giuseppe Bottai nel 1939 nel presentare La Carta della Scuola: «Ogni regime, qualunque sia la sua insegna ha la sua scuola. Non esiste e non può esistere una scuola apolitica. Il regime dei Fasci e delle Corporazioni deve avere la sua scuola». La scuola del ventennio rispondeva ad un progetto pedagogico chiaro e razionale alla cui realizzazione parteciparono tutti coloro che in essa lavoravano, dai provveditori, ai presidi, ai docenti. La scuola era il luogo in cui nulla sembrava lasciato al caso, in essa avveniva la trasmissione dei valori del regime e il condizionamento della coscienza e dell’immaginario.
Quei “valori” erano diversi, anzi opposti a quelli sanciti oggi dalla Costituzione dell'Italia democratica e ai quali si conforma l'attuale sistema educativo e formativo.

2) Libro, moschetto, fascista perfetto. I contenuti e le scelte tipografiche furono fondamentali per educare i giovani al fascismo. Nei libri il regime si autorappresentava: Mussolini veniva raccontato come eroe, come condottiero dalle qualità straordinarie, come padre e come figlio, per umanizzarne la figura, ma anche per rendere esemplare la sua vicenda. Nell’iconografia scompaiono progressivamente i fregi liberty per far posto a fasci littori, bandiere, armi, aerei, volto del Duce. Nomi prestigiosi firmavano i testi. L’elemento iconico aveva il potere di condizionare l’immaginario infantile, agendo non sul piano razionale, ma emotivo. Il fascismo si adoperò per realizzare una vera e propria pedagogia dell’immagine.

3) Educatori, volenterosi e renitenti. Rigido fu il controllo del corpo docente: nel 1931 l’associazione nazionale degli insegnanti fascisti fu posta alle dirette dipendenze del partito, con corsi di formazione e adesione piena alle direttive del ministero. L’insegnante non svolgeva solo il suo compito a scuola, continuava attraverso L’ONB e la GIL. Anche se vi fu una rivalutazione sociale del ruolo dell’insegnante, questo non coincise con un miglioramento economico, anzi vi fu un aumento di responsabilità e impegni. Il controllo avveniva mediante presidi e direttori. La risposta dei docenti non fu uniforme: molti docenti aderirono in modo convinto ed entusiasta, altri in modo formale ed esteriore, pochi dissentirono e furono allontanati.

4) Quotidianità. Il cittadino-soldato andava formato mediante un’educazione estesa a tutto l’arco della giornata e dell’anno: importanza fondamentale ebbero dunque le organizzazioni giovanili e le ricorrenze, le adunate, la divisa, le campagne propagandistiche del regime, le scritte e i simboli reiterati nei luoghi e sugli oggetti d’uso comune. Qui si scopre anche l’altra faccia dell’Italia del ventennio: in controluce, dalle relazioni si scorge un’Italia povera e bisognosa, immagine che stride con gli slogan di forza e grandezza del regime.

5) Provvedimenti razzisti nella scuola. A ridosso del RDL del 7 settembre 1938, che fissava i Provvedimenti per la difesa della razza nella scuola fascista, prese avvio la macchina per l’applicazione delle disposizioni. Anche a livello locale la solerzia e l’efficienza dei funzionari scolastici fu encomiabile: l’a.s. 1938-39 iniziò senza insegnanti e studenti nella scuola pubblica. Il razzismo era già presente nella formazione scolastica, come si può vedere dalla lettura del libro di testo unico o dai testi di scienze e geografia. Alla classificazione e gerarchia delle razze spesso si accompagnavano carte geografiche che visualizzano la collocazione delle popolazioni.

6) Guerrieri in erba. Il regime preparava le giovani generazioni al culto del capo, al razzismo, all’antisemitismo, alla guerra. La militarizzazione dell’infanzia, la creazione dell’uomo nuovo, capace di credere, obbedire, combattere erano gli obiettivi che il regime chiedeva alla scuola; alle bambine veniva attribuito il ruolo subalterno di continuare con la maternità la purezza della razza. La scuola doveva forgiare piccoli eroi in camicia nera, pronti a mobilitarsi, partecipare, riconoscere il nemico, combattere. Dal 1935-36 con la guerra coloniale si moltiplicarono le iniziative propagandistiche: carte geografiche, cerimonie, ascolti radiofonici, racconti di battaglie, raccolte di articoli, lettere ai soldati, bandierine e resoconti delle vittorie, tutto viene presentato e sviluppato nelle attività d’aula e l’Impero africano e la grandezza d’Italia apparivano come immersi in un’aura di fiaba e di maestosità.

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