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Quando nasce l'antisemitismo? Questioni storiografiche e fonti

(a cura di Chiara Donati)

La seconda lezione è stata tenuta da Luca Andreoni (Università di San Marino – Istituto Storia Marche), il quale ha affrontato la storia dell’antisemitismo e il dibattito storiografico che la concerne, facendo ampio riferimento alle fonti oggi disponibili. Tra i numerosi nodi storiografici ne sono stati scelti due che, per quanto autonomi, possiedono comunque dei rilevanti punti di convergenza: in primo luogo ci si è chiesti in che momento storico si possa collocare la nascita dell’antisemitismo politico in Italia. Di conseguenza, come si sia potuti arrivare alla Shoah, inteso come un sistema burocraticamente organizzato e al tempo stesso disumano. Un progetto elaborato in pochissimo tempo, messo in pratica e di fatto accettato dalla società italiana in maniera più o meno silente. In secondo luogo, ci si è domandati se sia lecito affermare l’esistenza di un collegamento diretto, di un legame di fondo tra l’antisemitismo politico otto novecentesco e l’antiebraismo di matrice cristiano-cattolica, di età medievale e moderna.

1. Per diverso tempo la storiografia italiana si è dimostrata restia nell’attribuire all’immagine di Benito Mussolini lo status di antisemita e razzista. Alla luce delle ricerche storiche fatte negli ultimi decenni (Sarfatti, Fabre, Pavan), è oggi possibile sostenere non solo che l’antisemitismo del periodo fascista sia nato molto prima del 1938 (anno di promulgazione delle leggi razziali) bensì che la sua nascita sia avvenuta proprio grazie all’impulso dato in questo senso dallo stesso Mussolini. Risale ai primi anni trenta una serie di episodi che lasciano trasparire quanto radicata fosse la consapevolezza dell’entourage e della segreteria personale di Mussolini rispetto ai suoi sentimenti di avversione nei confronti degli israeliti. Più che la volontà di un capo carismatico alla Max Weber, ci troviamo di fronte alla volontà di un capo che determina, pretende, indica precisamente quali scelte fare. All’inizio in maniera privata e personale: ci sono infatti numerose testimonianze e lettere di amici che attestano l’antisemitismo «puro e intelligente» di Mussolini. In seguito trasformandolo in un patrimonio condiviso e diffuso attraverso il suo entourage e i canali dell’amministrazione.
Alcune vicende messe in luce da Giorgio Fabre di recente possono aiutare. Siamo nel 1931 e si sta decidendo chi farà parte della rosa dei possibili candidati per l’assegnazione dei Premi Mussolini del Corriere della sera. Vengono proposti una serie di nomi tra cui quello del fisiologo torinese Giuseppe Levi. Scienziato, medico e anatomista italiano, Levi era anche un noto israelita e uno dei firmatari del cosiddetto Manifesto Croce. Quando Mussolini venne messo al corrente della possibilità che lo studioso venisse premiato, la sua segreteria personale si premurò immediatamente di risolvere la questione in altro modo, scongiurando l’ipotesi.
Da allora l’antisemitismo è diventato a poco a poco una componente sempre più organica del fascismo, fino ad arrivare al 1938. In quell’anno accadde un altro episodio di grande rilevanza: il 5 agosto uscì il primo numero della rivista “La difesa della razza”, con un editoriale anonimo dal titolo Razza e percentuale. A lungo si è pensato che non vi fosse un nesso diretto tra la rivista, le sue idee e Mussolini. Oggi è invece possibile affermare che Mussolini non solo interveniva direttamente sui provvedimenti legislativi, ma indirizzava più o meno subdolamente anche il dibattito culturale sulla razza. Tra le sue carte personali sono stati infatti trovati l’autografo dell’editoriale e le note da lui apportate ai provvedimenti di agosto e settembre. Se quell’editoriale fosse uscito a firma di Benito Mussolini sarebbe stato interpretato come un’indicazione palese del Duce, farlo uscire non firmato contribuiva a creare una sorta di aurea di scientificità intorno alla questione.
Le recenti ricerche tolgono definitivamente legittimità a qualsiasi percezione ideologica della storia del fascismo riconducibile al paradigma dell’italiano brava gente: l’idea che l’Italia avesse accettato l’antisemitismo solo perché dovesse seguire la linea imposta dall’alleato tedesco non ha fondamento, non solo cronologico, ma neanche ideologico.
 

2. I provvedimenti sulla razza (la scuola e gli intellettuali furono inizialmente i principali obbiettivi) vennero emanati e concretamente messi in atto con zelo e celerità insolita al pigro apparato burocratico italiano. Parliamo solo di pochi mesi. Una delle spiegazioni del perché avvenne tutto così facilmente sta nel fatto che questo sentimento di avversità, che dopo il 1943 mutò in persecuzione vera e propria, aveva origine in un passato remoto e trovava legittimazione nei piani più alti del potere.
Nella maggior parte delle testimonianze e dei diari dei sopravvissuti alla Shoah, però, è ravvisabile la viva sorpresa di fronte all’attuazione delle leggi razziali, che sembrerebbero precipitate nelle loro vite come un fulmine a ciel sereno. Ciò è possibile per una complicata serie di ragioni interconnesse tra loro.
Tra Otto e Novecento, la comunità ebraica in Italia si componeva di una cifra oscillante tra 30-50 mila persone: una minoranza piccolissima. Una minoranza che tuttavia era di fatto integrata nella realtà maggioritaria o almeno così appariva, vista la forte presenza all’interno delle istituzioni pubbliche. Perfino durante i primi anni del regime fascista gli ebrei mantennero e raggiunsero posizioni importanti all’interno delle organizzazioni statali. Si pensi a Renzo Ravenna, podestà di Ferrara, o a Ferruccio Ascoli, direttore del Corriere adriatico, uno dei fogli più esposti nella battaglia antisemita. Ma questa integrazione era di fatto genuina, priva di aporie e disfunzioni? In realtà no. Se è infatti credibile che gli ebrei entrassero nelle amministrazioni pubbliche con convinzione, è altrettanto provato che all’interno del mondo ebraico esistessero dei dubbi su come riuscire a conservare la peculiarità di essere ebrei in un mondo formalmente laico e che non prevedeva più alcun tipo di distinzione sulla base religiosa. Ci si chiedeva se fosse possibile coltivare allo stesso tempo l’uguaglianza e la differenza. La compenetrazione con quel mondo e l’esigenza di tenersene fuori.
Una parte della soluzione la suggerisce, da ultimo, un libro di Carlotta Ferrara Degli Uberti. Attraverso l’analisi delle riviste ebraiche fra il 1861 e il 1918 - gli anni cruciali immediatamente successivi all’Unità d’Italia – è stato possibile affermare che quella peculiarità gli ebrei la mantennero, appropriandosi – in maniera apparentemente paradossale - dei moduli culturali e delle espressioni linguistiche usate dalla maggioranza gentile. L’obiettivo delle élites ebraiche era, infatti, mantenere intatto il patrimonio religioso. Per questo motivo gli ebrei, pur entrando a far parte di quel mondo, erano i primi a ribadire la diversità della propria razza, convinti che un po’ di antisemitismo potesse in casi estremi essere funzionale a mantener vivo l’ebraismo delle origini. Ma sarà proprio questa osmosi a livello culturale, linguistico e sociale a far apparire alla maggior parte degli ebrei i provvedimenti del 1938 come inaspettati e improvvisi.
 

3. Passiamo all’altra questione, quella dell’esistenza o meno di un rapporto tra l’antisemitismo politico otto novecentesco e l’antiebraismo europeo di matrice religiosa. Impossibile è ipotizzare una sovrapposizione netta. Molteplici sono infatti gli aspetti che allontanano i due fenomeni. Primo fra tutti il fatto che l’antisemitismo, per essere quel che è stato, sia dovuto passare attraverso il “tritacarne” del nazionalismo. Ciò nonostante, il sostrato di diffidenza e di discredito alla base della discriminazione razziale, ha di fatto origine molto prima dell’Otto-Novecento.
Fervido è ancora oggi il dibattito intorno alla questione, soprattutto quando a prevalere è la corrente della continuità tra i due fenomeni, che inevitabilmente porta a ricondurre al mondo cattolico-cristiano una cospicua parte di responsabilità di quanto accaduto nel Novecento. Questo dibattito ha prodotto anche una serie di documenti ufficiali. Del 1998 è la dichiarazione della Commissione pontificia per i rapporti religiosi con l’Ebraismo, in cui all’interno di una serie di considerazioni di tipo storico si pronunciano delle forme di biasimo per quello che era avvenuto nella storia europea per opera della Chiesa e di ferma condanna nei confronti di quei cristiani partecipi direttamente o indirettamente allo sterminio. E tuttavia si precisa anche l’assoluta divergenza dell’antiebraismo di età medievale e moderna e l’antisemitismo degli ultimi secoli, allontanando l’ipotesi di un fil rouge che li tenesse insieme.
Invece una significativa parte della comunità scientifica, basandosi sullo studio di fonti d’archivio, oggi sostiene una posizione differente: l’odio nei confronti degli ebrei è un elemento che ricorre, anche con venature razziste. Certamente cambiano i mezzi di individuazione dell’obiettivo finale. Il mondo cristiano non aveva quello di perseguire gli ebrei in quanto ebrei e di distruggerli. Il suo obiettivo è sempre stato quello della conversione (pur con le pressioni e le violenze che questo comportava). Pertanto se bisogna essere attenti nell’evitare considerazioni semplicistiche, al tempo stesso bisogna essere pronti a cogliere le continuità di fondo: se c’era un popolo nel quale poteva essere riversato l’odio di tutta Europa, quello poteva essere solo il popolo ebraico.
Pensiamo agli statuti della Limpieza de Sangre, quella serie di norme approvate dalla Corona di Spagna nella prima metà del XVI secolo che prevedeva, tra le altre cose, il divieto per i marrani, cioè gli ebrei convertiti, di accedere alle cariche pubbliche (corporazioni di mestieri, confraternite cristiane, istituzioni statali e ordini religiosi). Chi non poteva vantare almeno cinque generazioni di antenati cristiani non poteva accedere a nessuno di questi corpi. Si trattava di una questione di sangue, che tuttavia suscitò ampi problemi e discussioni anche a Roma.
Questa prescrizione rispondeva alla paura del mondo spagnolo di confrontarsi con quel dramma collettivo che fu il marranesimo. Nel 1492, anno della reconquista di Granada e della scoperta d’America, i sovrani di Spagna, Ferdinando d’Aragona e Isabella di Castiglia, cacciarono definitivamente dal loro Regno tutti gli ebrei che non si fossero convertiti. Una parte lo fece, in molti invece emigrarono. In quella circostanza iniziò di fatto la diaspora sefardita. La Corona di Spagna pensava che in quel modo avrebbe posto fine a ogni questione e avrebbe finalmente raggiunto l’unificazione religiosa. Così non fu. Da un lato gli ebrei venivano spinti a convertirsi, dall’altro si diffidava del funzionamento e della validità teologica del battesimo, scatenando anche il disappunto della Chiesa di Roma. Proprio in quella contraddizione e nelle norme che ne scaturirono deve essere rintracciato il seme dell’intolleranza nei confronti degli ebrei. Un punto di partenza imprescindibile.
In conclusione gli elementi di differenza tra i due processi sono evidenti, ma lo sono anche quelli di continuità nell’oggetto della discriminazione.

 

 

Bibliografia essenziale
M. Caffiero, Battesimi forzati. Storie di ebrei, cristiani e convertiti nella Roma dei papi, Viella, Roma 2004
M. Caffiero, Legami pericolosi. Ebrei e cristiani tra eresia, libri proibiti e stregoneria, Einaudi, Torino 2012
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A. Foa, Ebrei in Europa. Dalla peste nera all’emancipazione, Laterza, Roma-Bari 19992
I. Pavan, Una premessa dimenticata. Il Codice penale del 1930, in Marina Caffiero (a cura di), Le radici storiche dell’antisemitismo in Italia, Viella, Roma 2009, pp. 1–30
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M. Sarfatti, Gli ebrei nell'Italia fascista. Vicende, identità, persecuzione, Einaudi, Torino 2000
M. Sarfatti, La Shoah in Italia. La persecuzione degli ebrei sotto il fascismo, Einaudi, Torino 20093
Y.H. Yerushalmi, L'antisémitisme racial est-il apparu au XX siècle? De la «limpieza de sangre» espagnole au nazisme: continuité et ropture, in «Esprit», 1993, 3-4, pp. 5-35

 

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